martedì, 15 aprile 2008
Un episodio di sconcertante banalità, un frammento di quotidianità pressoché insignificante, e 99 variazioni sul tema. Ecco in cosa consiste Exercices de style, di Raymond Queneau.
 
Exercices de styleLa storia, scomposta, scombinata, sconvolta del tutto, viene poi ricomposta seguendo, di volta in volta, una differente forma stilistica. Assistiamo così a ricostruzioni enigmistiche, a storie basate puramente su figure retoriche, a quelle organizzate secondo i più diversi generi letterari, a quelle in dialetto… Queneau, modificando più volte il punto di vista del narratore, giocando con la sintassi, districandosi tra sinonimi e contrari riesce a dimostrarci quanto siano ampie le possibilità linguistiche, il potenziale nascosto al di là degli schemi tradizionali, l’importanza della forma in una composizione. 
 
Ad occuparsi della versione in italiano dell’opera ritroviamo U. Eco, che, ben cosciente dell’impossibilità di una traduzione letterale delle invenzioni stilistiche, così strettamente legate alla lingua francese, si lascia trascinare nel gioco del maestro Queneau, compiendo un capolavoro di stile anche nella nostra lingua. Il risultato è un’opera piacevole, travolgente, e divertente da leggere, fondamentale per tutti coloro che si confrontano con la scrittura e con la lingua. Perché, come disse Italo Calvino,"Stabilire un confine tra esperimento e gioco è sempre stato difficile".
 
Bimbo coricato
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categoria:racconto, eco , linguaggio, giocare, queneau, exercices de style
giovedì, 10 aprile 2008
Scrivere un romanzo in 6 parole è possibile. Ne era convinto anche Hemingway che, proprio a causa di una scommessa compose:
 
For sale: baby shoes, never worn 
(In vendita: scarpe per neonato, mai indossate)
 
Prendendo spunto dall’autore del vecchio e il mare, molti siti, come Smithmag, hanno raccolto la sfida e permesso a migliaia di persone di raccontare la loro storia in una manciata di parole. Con l’uscita della prima raccolta, "Not quite what I was planning", non proprio ciò che mi aspettavo, anche il Corriere ha ripreso l’iniziativa, dando modo a tutti quelli che volessero cimentarsi un’opportunità per farlo.
 
HemingwayEsercizio di scrittura e inventiva, bene si adatta alla nuova epoca, sempre più caratterizzata dalla brevità e dall'essenzialità. Gli sms e il web, su cui tutti scrivono ma nessuno legge, ci hanno abituato ad avere caratteri contati, a sperimentare qualsiasi tipo di abbreviazioni, a usare un numero limitato di termini, a esprimerci in modo chiaro e conciso. È confortante però sapere che in così poche parole si può ancora esprimere un'emozione.
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categoria:parole, racconto, hemingway, inventare, romanzo in 6 parole
sabato, 05 aprile 2008
C’era una volta, in un paese lontano, una bellissima fanciulla dai capelli neri come l’ebano, le labbra rosse come il sangue e la pelle bianca come la neve, che si chiamava Biancaneve. La sua matrigna era gelosissima della sua bellezza e aveva dato ordine di ucciderla, ma Biancaneve si era rifugiata nel bosco, dove viveva insieme a 7 nanetti. Un giorno, arrivò alla casupola un messaggero del re, che portava una notizia: tutte le fanciulle del reame dovevano presentarsi a corte. Il principe Filippo dava un ballo, e avrebbe scelto tra di loro la sua futura sposa. Tutta eccitata, Biancaneve si cucì un abito bellissimo, decorato con i diamanti e le pietre preziose che i nani le avevano portato dalla miniera, e attese con ansia la sera della festa. Al tramonto si preparò, e si avviò verso il palazzo.
Intanto, appena all’uscita del bosco, in una casa grande e luminosa, anche Anastasia e Genoveffa erano indaffarate nei preparativi per la festa e ordinavano continuamente alla povera Cenerentola di stirare qualcosa, lavare un abito, preparare da mangiare, cercando di tenerla più occupata possibile. Non volevano che la loro sorella si presentasse dal principe. Quando furono pronte, le due sorellastre montarono sulla carrozza, pronte per conquistare Filippo, senza di lei. Cenerentola, disperata, si rifugiò singhiozzando in giardino. Ma in quel momento, da una nuvola di polvere di stelle, uscì una donnina dalla faccia tonda, avvolta in un mantello: “Sono la fata Turchina, ho aiutato Pinocchio, aiuterò anche te!”. Così prese una zucca e la mutò in una bellissima carrozza. Con un tocco di bacchetta trasformò gli stracci di cui era vestita in un magnifico abito e al posto degli zoccoli spuntarono deliziose scarpette di cristallo. Poi le fece un ammonimento: se fosse rimasta più tardi di mezzanotte, l’incantesimo sarebbe svanito. Cenerentola promise, e partì alla volta del castello.
Così si ritrovarono a palazzo Biancaneve, Cenerentola, Anastasia, Genoveffa, e tutte le fanciulle del regno. Il principe però, sembrava totalmente insoddisfatto. Quel mattino, cacciando nel bosco, era stato incantato da una voce melodiosa. Cercando colei che cantava, aveva trovato Rosaspina, che danzava con gli animaletti del bosco e se n’era innamorato all’istante. L’aveva pregata di venire al castello, ma di lei, quella sera, non c’era traccia.
Rosaspina in realtà era la principessa Aurora, ed era vissuta nel bosco per nascondersi da Malefica, la strega cattiva, che il giorno della sua nascita aveva predetto che la bambina sarebbe morta pungendosi un dito con un fuso. Rosaspina, ignara della sua reale identità, dopo l’incontro col principe, era tornata dalle sue zie, tre fate buone, nella casupola nel bosco, e aveva festeggiato con loro il suo sedicesimo compleanno. Ma dopo tanti anni, proprio quel giorno, Malefica aveva trovato il suo nascondiglio, e così si era travestita da vecchina, pronta ad ucciderla, ed era andata nella capanna nel bosco. Rosaspina le aveva offerto una fetta della sua torta di compleanno, e la vecchina le aveva donato in cambio una mela, una mela avvelenata. Rosaspina aveva dato un morso, e subito era caduta a terra, addormentata.
Malefica poteva essere soddisfatta: l'unico antidoto era il primo bacio d'amore, ma lei l’avrebbe trasportata nella sua casa di marzapane, sicura che nessuno si sarebbe mai avvicinato per non cadere nella sua trappola. Le tre fate però, non trovando più Rosaspina, e vedendo la mela a terra, avevano capito cosa era successo, e si erano precipitate al palazzo di Filippo, che stava ballando con tutte le fanciulle, ma sperando in cuor suo, di veder comparire la bella Rosaspina. Le fatine spiegarono velocemente al principe quello che era successo, e lui, senza pensarci due volte decise di andare a liberare la sua amata. Le tre fatine buone decisero allora di addormentare tutti nel palazzo e spruzzarono polvere di sonno. Filippo si mise gli stivali delle sette leghe e corse alla casa di marzapane dove Rosaspina era prigioniera.
Quando arrivò, si avvicinò lentamente. Malefica stava controllando se il forno era abbastanza caldo per cuocere il pane che aveva fatto per festeggiare il sonno di Rosaspina. Filippo non perse tempo e con un colpo, la spinse dentro, chiuse lo sportello di ferro e tirò il catenaccio. Uh! Che urla terribili gettò la strega!  Le fatine gridarono urrà, il principe si chinò sul letto dove giaceva la principessa Aurora, e la baciò delicatamente... Immediatamente Aurora aprì gli occhi e sorrise: quel primo bacio d'amore aveva spezzato l'incantesimo.
Le tre fatine, Filippo e Aurora tornarono al castello, e il principe annunciò di aver trovato la sua principessa. Cenerentola e Biancaneve divennero amiche e decisero di andare a salvare Raperonzolo, che quella sera non aveva potuto partecipare alla festa perché era ancora rinchiusa nella torre. Anastasia e Genoveffa, accecate dall’invidia per Aurora se ne andarono con la matrigna. Fu una festa bellissima. E da quel giorno vissero tutti felici e contenti.
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sabato, 29 marzo 2008
Gianni Rodari, in “A sbagliare le storie”, usa l’esempio di Cappuccetto Rosso, che ogni quattro pagine diventa giallo, verde o nero; esortata dal papà ad andare a trovare la zia, nel bosco incontra una giraffa che diventa da lì a poco un cavallo, che le fa domande di matematica e le consiglia di prendere il tram per arrivare prima. Un nonno svogliato che racconta una storia e una nipotina arrabbiata per i suoi errori appaiono il pretesto per raccontare una fiaba in modo completamente sbagliato.
 
Cappuccetto Nero- E il lupo le domandò:
"Quanto fa sei per otto?"
- Niente affatto. Il lupo le chiese: "Dove vai?"
- Hai ragione.
E il cappuccetto nero rispose...
 
(A sbagliare le fiabe,
G. Rodari)
 
Ma dalla bella addormentata nel deserto ai porcellini che da tre diventano quattro, Biancaneve e i 5 nani, il gatto con i tacchi a spillo, la principessa sulla zucca, Alice nel paese delle schifezze.. gli errori potrebbero essere infiniti.
 
Sbagliare le fiabe è un vecchio gioco che può nascere in ogni casa, in qualsiasi momento. Spesso, per renderlo più semplice, viene svolto insieme al rovesciamento della storia. Bisogna fare attenzione, però, perché con queste operazioni la struttura delle fiabe può venire completamente stravolta. Bisogna essere preparati a nuovi punti di vista e ad un salto nell’assurdo.
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categoria:racconto, fantasia, fiabe, giocare, sbagliare, rodari, rovesciare
mercoledì, 26 marzo 2008
La guardava da dietro il vetro del bar. Era tanto piccola! Mentre beveva un tè, leggeva attentamente un libro dalla copertina arancione. Portava la tazza alle labbra, poi giocava con il cucchiaino. Di tanto in tanto guardava i ragazzi vicino a lei, e ricordava i tempi in cui anche lei era lì con gli amici… Finalmente lui entrò.
– Ciao – lei alzò gli occhi.
– E’ tanto che attendo –
– Perdonami. Andiamo? –
Annuì. E andarono via per mano.
 
verso la lunaAnche se ad una prima lettura questo brano sembra normale, nasconde un trucco. Nessuna parola utilizzata, infatti, contiene la lettera s. Un testo in cui, volutamente, viene tralasciata una lettera dell’alfabeto viene detto lipogramma.
 
Georges Perec, poeta francese e membro dell’OuLiPo (Ouvroir de littérature potentielle), è riuscito, seguendo questa logica, a scrivere un romanzo di ben 300 pagine evitando di utilizzare la lettera più frequente in Francia, la E. “La disparition” (1969), viene considerata da alcuni un’opera senza interessi, da altri un’opera geniale.
 
« Un court instant, tout parut s'adoucir. A dix furlongs du galion, Moby Dick glissait, animal divin, paix avant l'ouragan final. Il y avait dans l'air ambiant un parfum saisissant d'absolu, d'infini. Du flot cristallin sourdait, montant, un halo lustral qui donnait à tout un air virginal. Nul bruit, nul courroux. Chacun s'immobilisait, contraignant son inspiration, saisi par la paix qui soudain rayonnait, s'irradiait, alangui par l'amour inouï qui montait du flot calmi, du jour blanchissant. »
(La disparition, G. Perec)
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categoria:parole, racconto, perec, giocare, gioco di parole, lipogrammi
mercoledì, 19 marzo 2008
Cosa sarebbe successo se Cappuccetto Rosso fosse diventata cattiva e avesse voluto uccidere il lupo, buono e indifeso? E se Biancaneve fosse stata talmente brutta da volersi nascondere nel bosco per non spaventare la gente, e lì avesse incontrato 7 enormi giganti?
 
Magari Cenerentola sarebbe stata antipatica e perfida, e avrebbe fatto impazzire matrigna e sorellastre, Pinocchio avrebbe detto sempre solo la verità, o Pollicino sarebbe scappato con i sui fratelli perché non sopportava più i suoi genitori.
 
Rovesciare le fiabe produce storie nuove e ugualmente fantastiche; il risultato consiste in vere e proprie parodie o spunti per nuovi racconti, liberi di svilupparsi poi autonomamente in altre direzioni. D’altronde “la fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove” (G.Rodari).

Cappuccetto Rosso

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categoria:racconto, fantasia, fiabe, giocare, inventare, rodari, rovesciare
mercoledì, 12 marzo 2008
“Le parole sono importanti, se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente” diceva Mago Linguaggio, protagonista di un racconto che Gino Strada ha scritto insieme a sua figlia Cecilia per insegnare ai bambini il significato di parole come "diritti", "pace", "uguaglianza".
 
Mago LinguaggioNella storia, Mago Linguaggio, arrabbiato con gli uomini perché non rispettavano più il suo lavoro e non utilizzavano nel modo corretto le parole che lui aveva inventato, decide di “scombinare un po' le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi.” Così gli uomini, confusi dagli alberghi che mutavano in alberi, le macchine che diventavano macchie, le scarpe che nuotavano come carpe, il pane che si trasformava in cane, non ne poterono più e promisero di applicare il giusto significato a tutte le parole.
 
Il racconto nasce dal tentativo di rispondere alla domanda “cosa sono i diritti umani?”. “La definizione del vocabolario è precisa, ma i contenuti reali dei diritti umani sono tutti da definire” sostiene Cecilia Strada. E in effetti trovare una risposta corretta non è affatto semplice, anche perché molto spesso finiamo per mescolare e confondere i diritti con i nostri privilegi, senza più riuscire a distinguerli. 
 
Questo racconto, semplice e nello stesso tempo espressivo, con disinvoltura e sincerità parla ai bambini, ma non solo, parla a tutti quelli che continuano a farsi domande, che amano il profondo significato delle parole. Perché la lingua, bisogna imparare a ad amarla, a coltivarla. E perché le parole hanno una forza immensa.
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categoria:parole, racconto, linguaggio, gino strada