venerdì, 25 aprile 2008

Bene, siamo giunti alla fine. Questo viaggio tra parole, giochi e fantasia sta per concludersi.

E' vero, ci sarebbero ancora molte cose da dire, tanti giochi da fare, mille mondi da scoprire. Ma del resto, questo blog non vuole essere esaustivo, né tantomeno arrivare ad annoiare. I giochi più interessanti li abbiamo affrontati, i libri più significativi li abbiamo citati, possiamo ritenerci soddisfatti. Perché nonostante tutto, di soddisfazioni questo blog me ne ha date. Questi due mesi insieme sono stati faticosi, è vero, ma anche appaganti, creativi e ricchi di stimoli. E mi basta.

Grazie a tutti quelli che mi hanno seguito, letto, apprezzato. Grazie a coloro che hanno lasciato un segno del loro passaggio. Grazie anche a chi mi ha spinto a scrivere. Grazie, e alla prossima.

lumachina

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categoria:scrivere, fantasia, ringraziamenti, fine, gioco di parole
venerdì, 18 aprile 2008

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa
in modo che poi venga scoperto."
Italo Calvino
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categoria:scrivere
mercoledì, 16 aprile 2008
I limerick sono particolari componimenti basati sul nonsense. Hanno una struttura fissa, di 5 versi; i primi due e l’ultimo rimano tra loro, e così pure il terzo e il quarto.
 
  • Il primo presenta il protagonista;
  • Il secondo indica una sua qualità, o eventualmente un predicato;
  • Nel terzo e nel quarto si sviluppa l’azione della storia
  • Il quinto riassume il componimento solitamente assegnando al protagonista un epiteto stravagante.

Il più grande autore di limerick è Edward Lear, poeta inglese dell’Ottocento, di cui si possono leggere numerosi esempi ciccando qui.

Gianni Rodari, in Grammatica della fantasia spiega bene come realizzarli. I limerick piacciono molto ai bambini, che li trovano divertenti, e semplici da creare.
                                             
                                          
Una volta un chirurgo di Rapallo
Voleva trapiantare un rene
  a un cavallo,
Però il cavallo reagì,
E in pancia lo colpì
Quel renifico chirurgo di Rapallo 
Un vecchio ciccione di Pinerolo
Era costretto a stare
  da solo,
Perché ovunque andava
Tutto si mangiava
Quel goloso ciccione di Pinerolo
   
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categoria:poesie, rime, limerick, rodari, gioco di parole, lear
martedì, 15 aprile 2008
Un episodio di sconcertante banalità, un frammento di quotidianità pressoché insignificante, e 99 variazioni sul tema. Ecco in cosa consiste Exercices de style, di Raymond Queneau.
 
Exercices de styleLa storia, scomposta, scombinata, sconvolta del tutto, viene poi ricomposta seguendo, di volta in volta, una differente forma stilistica. Assistiamo così a ricostruzioni enigmistiche, a storie basate puramente su figure retoriche, a quelle organizzate secondo i più diversi generi letterari, a quelle in dialetto… Queneau, modificando più volte il punto di vista del narratore, giocando con la sintassi, districandosi tra sinonimi e contrari riesce a dimostrarci quanto siano ampie le possibilità linguistiche, il potenziale nascosto al di là degli schemi tradizionali, l’importanza della forma in una composizione. 
 
Ad occuparsi della versione in italiano dell’opera ritroviamo U. Eco, che, ben cosciente dell’impossibilità di una traduzione letterale delle invenzioni stilistiche, così strettamente legate alla lingua francese, si lascia trascinare nel gioco del maestro Queneau, compiendo un capolavoro di stile anche nella nostra lingua. Il risultato è un’opera piacevole, travolgente, e divertente da leggere, fondamentale per tutti coloro che si confrontano con la scrittura e con la lingua. Perché, come disse Italo Calvino,"Stabilire un confine tra esperimento e gioco è sempre stato difficile".
 
Bimbo coricato
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categoria:racconto, eco , linguaggio, giocare, queneau, exercices de style
venerdì, 11 aprile 2008
Cissare = verbo che indica un comportamento spavaldo volto all'esaltazione subdola di una certa azione “quello si cissa troppo” (quello ha un comportamento auto esaltativo eccessivo).
 
Sgamare = verbo molto utilizzato dagli studenti, indica scoprire, trovare qualcosa. “la prof ha sgamato il bigliettino” (la prof ha scovato il bigliettino), “mi ha sgamato copiare” (ha visto che stavo copiando).
Esistono diverse variazioni sul concetto: “è antisgamo”, indica ciò che non può essere scoperto, ma più spesso è utilizzato in modo ironico per indicare, viceversa, qualcosa di facilmente rinvenibile. “a sgamo”, invece frequentemente suggerisce un modo di fare contrario a quello logico e legittimo: “sono entrato a sgamo” (sono entrato anche se non potevo, sono entrato gratis mentre dovevo pagare), “lo prendiamo a sgamo” (lo rubiamo).
 
Genarsi = verbo che indica l’atteggiamento imbarazzato e timido di chi si trova in una situazione di leggero disagio. “mi geno” (mi vergogno).
 
Sbiellare = verbo che corrisponde a perdere la testa, diventare matto, esplodere e vaneggiare, utilizzato per lo più in senso positivo. “quel profumo mi sbiella” (quel profumo mi fa impazzire, è buonissimo).
 
Beccare (anche riflessivo beccarsi) = verbo che indica l’atto di baciare qualcuno. Solitamente è utilizzato per descrivere baci occasionali, scambiati a causa di fiumi d’alcool o per passare il tempo, tra due persone prive di rapporti affettivi profondi. “mi son beccato Sara” (ho baciato Sara).
 
Gasare = verbo più che utilizzato per indicare fatti, avvenimenti, azioni, volti a suscitare eccitamento o esaltazione, al limite tra euforia, tensione e istericità. “mi gasa” (mi eccita un casino).
 
Sboccare = verbo che indica l’azione di rigettare cibi o bevande contenute nello stomaco causa malattia o più presumibilmente una quantità eccessiva di alcool. “ho sboccato” (ho vomitato).
 
Pelare = verbo che significa causare irritazione o disturbo, molestare, importunare. In poche parole rompere le palle. “me l’hai pelato” (mi hai proprio scocciato, mi hai rotto).
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categoria:parole, slang, dizionario, linguaggio, inventare
venerdì, 11 aprile 2008
Agapino = genere robboso, propenso ai buoni sentimenti e alla vita comunitaria. Tende a vestirsi molto colorato ed è portato per la musica e\o per la giocoleria. Solitamente ama i falò, il vino e le canne.
 
Cabinotto (a volte abbreviato in cabina) = genere fighetto, indossa camicia Ralph Lauren, cintura Barberi, jeans Armani, scarpe Prada, occhiali Gucci. Sono concesse variazioni sul tema.
 
Zama = adolescente che si veste al buio pensando di essere figo e si atteggia (si cissa) alquanto, tipicamente di origine meridionale. Versione maggiormente tracotante del tamarro (o tama), lo zama generalmente gira in gruppo urlando “porco due” o “zio fa”, ha la siga in bocca e adora sputare per dimostrare agli altri e soprattutto a sé stesso di essere colui che lancia lo scracio più grosso o che scatarra più lontano.
 
Gnocca = aggettivo qualificativo per ragazza di aspetto piacente.
 
Ciorgna = sinonimo di gnocca, leggermente più ricercato.
 
Togo = sinonimo di figo, utilizzato per lo più da tamarri incalliti con la siga in mano mentre sputano o scrivono sulle panchine con l’indelebile. “troppo togo” (veramente bello).
 
Botto = sinonimo di tanto, molto. “mi manchi un botto” (mi manchi moltissimissimo), “c’era un botto di gente” (c’erano molte persone).
 
Cisti = sinonimo di attenzione “fai cisti” (fai attenzione), può anche essere usato come verbo “stai cisti” (stai attento).
 
Bella = espressione originariamente utilizzata come richiamo per una ragazza graziosa “ABBBella!!!” (ehi, bella ragazza!), adesso viene per lo più usata nei saluti convenzionali tra amici “Bella lì” (ciao, com’è?).
 
Socio = soggetto amante del divertimento, non gira mai solo ma sempre in compagnia dei “soci”, amante delle notti brave in discoteca, dei cocktails, dei paninari delle 5 di mattino, delle grigliate semi-devastanti.
 
Buono = di concezione opposta al socio, il buono va a letto presto, la domenica pomeriggio non esce perché deve studiare, non beve alcolici e ama la routine.
 
Infi = aggettivo che delinea tutti quei soggetti che tendono a provarci con le ragazze degli amici. Spesso utilizzato come soprannome.
 
Caldo = sinonimo di capace, bravo, in gamba, viene utilizzato per qualificare colui che è meritevole di stima, rispetto e ammirazione. “è un caldo” (è degno di considerazione).
 
Balengo = insulto semi-serio volto a indicare una persona sciocca o tarda nel comprendere, che ha agito in modo stupido o comunque in modo tale da provocare conseguenze ilari. Insomma, che lo fa o che lo è. 
 
Sbatti = abbreviativo di sbattimento, sbatti è un termine utilizzato per delineare un atto fisico o mentale che provoca affaticamento e prostazione. “Che sbatti” (che fatica). Sperando che ne valga la pena.
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categoria:parole, slang, dizionario, linguaggio, inventare
giovedì, 10 aprile 2008
Scrivere un romanzo in 6 parole è possibile. Ne era convinto anche Hemingway che, proprio a causa di una scommessa compose:
 
For sale: baby shoes, never worn 
(In vendita: scarpe per neonato, mai indossate)
 
Prendendo spunto dall’autore del vecchio e il mare, molti siti, come Smithmag, hanno raccolto la sfida e permesso a migliaia di persone di raccontare la loro storia in una manciata di parole. Con l’uscita della prima raccolta, "Not quite what I was planning", non proprio ciò che mi aspettavo, anche il Corriere ha ripreso l’iniziativa, dando modo a tutti quelli che volessero cimentarsi un’opportunità per farlo.
 
HemingwayEsercizio di scrittura e inventiva, bene si adatta alla nuova epoca, sempre più caratterizzata dalla brevità e dall'essenzialità. Gli sms e il web, su cui tutti scrivono ma nessuno legge, ci hanno abituato ad avere caratteri contati, a sperimentare qualsiasi tipo di abbreviazioni, a usare un numero limitato di termini, a esprimerci in modo chiaro e conciso. È confortante però sapere che in così poche parole si può ancora esprimere un'emozione.
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categoria:parole, racconto, hemingway, inventare, romanzo in 6 parole
mercoledì, 09 aprile 2008
I disegni non nascono solo da linee continue e punti. Non prendono sempre forma da un uso controllato del colore. Non è sempre necessario un pennello. I disegni possono anche essere poesia. È questo il caso dei calligrammi.
 
Farfalla - scuola franceseI calligrammi sono dei veri e propri componimenti scritti appositamente per formare un disegno che rappresenta il soggetto della poesia stessa. È la forma della scrittura a diventare importante, la presa di coscienza dello spazio sul foglio, il sapere che una parola messa proprio lì, in quella posizione, è indispensabile per l’equilibrio della composizione, per andare a formare quella immagine. Una dopo l’altra le parole prendono forma, facendo parlare gli oggetti.
 
Il termine calligramma venne coniato da Guillaume Apollinaire, poeta francese vissuto tra la fine dell’800 e i primi anni del 900, per indicare un significato intermedio tra calligrafia e ideogramma. I suoi Calligrammes (1908) dimostrano come la struttura grafica assuma davvero un significato centrale, dotato di una propria autonomia. Essi vogliono andare verso una poesia-pittura creata per essere osservata, guardata, apprezzata anche dal punto di vista della rappresentazione, superando i confini della poetica classica fatta per essere letta o ascoltata. 
 

Apollinaire - Poème en forme de Violoncelle

Apollinaire - La colombe poignardée et le jet d'eau

Poème en forme de Violoncelle

 La colombe poignardée et le jet d'eau

 
"Per me - scrisse Apollinaire - un calligramma è un insieme di segno, disegno e pensiero. Esso rappresenta la via più corta per esprimere un concetto in termini materiali e per costringere l'occhio ad accettare una visione globale della parola scritta".
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categoria:parole, poesie, disegnare, apollinaire, calligrammi, gioco di parole
lunedì, 07 aprile 2008
Brevità è la parola chiave di questi componimenti.
Di origine giapponese, gli haiku condensano infatti, in soli 3 versi (17 sillabe), intensità emotiva e pathos. Rivolti prevalentemente alla natura e alla semplicità, mirano all’essenzialità e richiedono grande sintesi di immagini e pensiero.
 
 
Nuvola scura
Temporale in arrivo
Solitudine
  
Caramelle blu
Le allucinazioni
Vuoto e buio
 
Brezza leggera
Spiaggia affollata
Bagno di sole
                                               
geisha
 
 
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categoria:poesie, haiku, inventare, gioco di parole
sabato, 05 aprile 2008
C’era una volta, in un paese lontano, una bellissima fanciulla dai capelli neri come l’ebano, le labbra rosse come il sangue e la pelle bianca come la neve, che si chiamava Biancaneve. La sua matrigna era gelosissima della sua bellezza e aveva dato ordine di ucciderla, ma Biancaneve si era rifugiata nel bosco, dove viveva insieme a 7 nanetti. Un giorno, arrivò alla casupola un messaggero del re, che portava una notizia: tutte le fanciulle del reame dovevano presentarsi a corte. Il principe Filippo dava un ballo, e avrebbe scelto tra di loro la sua futura sposa. Tutta eccitata, Biancaneve si cucì un abito bellissimo, decorato con i diamanti e le pietre preziose che i nani le avevano portato dalla miniera, e attese con ansia la sera della festa. Al tramonto si preparò, e si avviò verso il palazzo.
Intanto, appena all’uscita del bosco, in una casa grande e luminosa, anche Anastasia e Genoveffa erano indaffarate nei preparativi per la festa e ordinavano continuamente alla povera Cenerentola di stirare qualcosa, lavare un abito, preparare da mangiare, cercando di tenerla più occupata possibile. Non volevano che la loro sorella si presentasse dal principe. Quando furono pronte, le due sorellastre montarono sulla carrozza, pronte per conquistare Filippo, senza di lei. Cenerentola, disperata, si rifugiò singhiozzando in giardino. Ma in quel momento, da una nuvola di polvere di stelle, uscì una donnina dalla faccia tonda, avvolta in un mantello: “Sono la fata Turchina, ho aiutato Pinocchio, aiuterò anche te!”. Così prese una zucca e la mutò in una bellissima carrozza. Con un tocco di bacchetta trasformò gli stracci di cui era vestita in un magnifico abito e al posto degli zoccoli spuntarono deliziose scarpette di cristallo. Poi le fece un ammonimento: se fosse rimasta più tardi di mezzanotte, l’incantesimo sarebbe svanito. Cenerentola promise, e partì alla volta del castello.
Così si ritrovarono a palazzo Biancaneve, Cenerentola, Anastasia, Genoveffa, e tutte le fanciulle del regno. Il principe però, sembrava totalmente insoddisfatto. Quel mattino, cacciando nel bosco, era stato incantato da una voce melodiosa. Cercando colei che cantava, aveva trovato Rosaspina, che danzava con gli animaletti del bosco e se n’era innamorato all’istante. L’aveva pregata di venire al castello, ma di lei, quella sera, non c’era traccia.
Rosaspina in realtà era la principessa Aurora, ed era vissuta nel bosco per nascondersi da Malefica, la strega cattiva, che il giorno della sua nascita aveva predetto che la bambina sarebbe morta pungendosi un dito con un fuso. Rosaspina, ignara della sua reale identità, dopo l’incontro col principe, era tornata dalle sue zie, tre fate buone, nella casupola nel bosco, e aveva festeggiato con loro il suo sedicesimo compleanno. Ma dopo tanti anni, proprio quel giorno, Malefica aveva trovato il suo nascondiglio, e così si era travestita da vecchina, pronta ad ucciderla, ed era andata nella capanna nel bosco. Rosaspina le aveva offerto una fetta della sua torta di compleanno, e la vecchina le aveva donato in cambio una mela, una mela avvelenata. Rosaspina aveva dato un morso, e subito era caduta a terra, addormentata.
Malefica poteva essere soddisfatta: l'unico antidoto era il primo bacio d'amore, ma lei l’avrebbe trasportata nella sua casa di marzapane, sicura che nessuno si sarebbe mai avvicinato per non cadere nella sua trappola. Le tre fate però, non trovando più Rosaspina, e vedendo la mela a terra, avevano capito cosa era successo, e si erano precipitate al palazzo di Filippo, che stava ballando con tutte le fanciulle, ma sperando in cuor suo, di veder comparire la bella Rosaspina. Le fatine spiegarono velocemente al principe quello che era successo, e lui, senza pensarci due volte decise di andare a liberare la sua amata. Le tre fatine buone decisero allora di addormentare tutti nel palazzo e spruzzarono polvere di sonno. Filippo si mise gli stivali delle sette leghe e corse alla casa di marzapane dove Rosaspina era prigioniera.
Quando arrivò, si avvicinò lentamente. Malefica stava controllando se il forno era abbastanza caldo per cuocere il pane che aveva fatto per festeggiare il sonno di Rosaspina. Filippo non perse tempo e con un colpo, la spinse dentro, chiuse lo sportello di ferro e tirò il catenaccio. Uh! Che urla terribili gettò la strega!  Le fatine gridarono urrà, il principe si chinò sul letto dove giaceva la principessa Aurora, e la baciò delicatamente... Immediatamente Aurora aprì gli occhi e sorrise: quel primo bacio d'amore aveva spezzato l'incantesimo.
Le tre fatine, Filippo e Aurora tornarono al castello, e il principe annunciò di aver trovato la sua principessa. Cenerentola e Biancaneve divennero amiche e decisero di andare a salvare Raperonzolo, che quella sera non aveva potuto partecipare alla festa perché era ancora rinchiusa nella torre. Anastasia e Genoveffa, accecate dall’invidia per Aurora se ne andarono con la matrigna. Fu una festa bellissima. E da quel giorno vissero tutti felici e contenti.
postato da: agapina alle ore 19:54 | Permalink | commenti
categoria:racconto, fantasia, fiabe, inventare